Come sapete, ho iniziato la mia storia politica nelle fila del Movimento Sociale a Pordenone. Eravamo pochi, senza mezzi nè soldi, eppure anche se fra mille difficoltà non abbiamo mai mancato un appuntamento elettorale. Siamo riusciti a presentare le nostre liste sempre, passando le nottate chiusi in sede a controllare e ricontrollare fino all’ultima firma, fino all’ultimo timbro e certificato. Non eravamo dei fenomeni, semplicemente eravamo guidati da passione e serietà.
Guardando a quello che sta succedendo a Roma e in Lombardia con le liste del PDL c’è sinceramente da vergognarsi. Premetto che, se il TAR non ammetterà i ricorsi, un intervento legislativo sarà inevitabile. Delle elezioni che si svolgessero senza il maggior partito italiano sarebbero non solo falsate, ma non garantirebbero al vincitore la necessaria legittimazione per poi governare, non si puo’ infatti escludere una fetta così importante dell’elettorato e far finta di nulla. Tuttavia, anche se e’ probabile che lo “zelo” usato da certi magistrati sia eccessivo e applicato solo al vaglio della nostra documentazione, questo non cambia nulla del problema di un partito che non è riuscito ad avere quel minimo di organizzazione per completare una procedura basilare come la presentazione delle liste. Non possiamo sempre appellarci alla magistratura che ci rema contro ma, soprattutto in una occasione come questa, abbiamo il dovere di fermarci a riflettere, fare una seria autocritica e da questa ripartire per dare al Popolo della Libertà quella struttura, meritocratica, che gli consenta di essere all’altezza dei milioni di voti che la gente gli ha dato nelle urne.
Su questo stesso tema, vi riporto l’ottimo articolo di Simone Bressan, con il quale concordo al 100%:
E’ vero. E’ vergognoso che due liste come quella del Popolo della Libertà nella Provincia di Roma e quella del Presidente Formigoni in Lombardia vengano escluse da una competizione elettorale per un mero vizio di forma. Ed è vero, anzi: verissimo. La forma non dovrebbe mai negare la sostanza e stravolgerla. Ed è sacrosanto, oggi, protestare, sbraitare, prendere a testate questo assurdo sistema elettorale che prevede procedure bizantine per partecipare al voto. Tutto giusto. Ma ci sono due cose che vanno dette con assoluta e cristallina chiarezza.
Primo: queste proteste arrivano fuori tempo massimo. Andavano fatte prima. E prima che succedesse tutto questo andavano riformate le procedure per la presentazione delle liste.
Secondo: è ceramente un vulnus democratico quello che fa sì che milioni di persone non possano votare il loro partito. Ma è un’eccezione questa che non può essere sollevata da una classe dirigente che di democratico ha ben poco. E non può essere ammessa per liste e listini che vedono inseriti a forza amici, parenti, amici degli amici. Se è scandaloso che elezioni così delicate siano rovinate da questo pasticcio è ancor più vergognoso che procedure così importanti siano state gestite con tanta leggerezza. Questo diluvio porta via con sé anni di lavoro di consiglieri regionali, militanti sul territorio, iscritti, dirigenti di piccoli comuni. Gente che ha costruito questa campagna elettorale giorno dopo giorno, porta dopo porta, riunione dopo riunione. E che non merita di veder trattato come un semplice impiccio burocratico un momento di cruciale importanza come la presentazione delle liste.Così come va detto a chiare lettere che le regole ci sono per tutti e tutti le devono rispettare. Non perchè si tratti di una delle tante frasi fatte ma perchè se un cittadino qualunque paga una multa con un giorno di ritardo ne subisce conseguenze che non tengono conto della distinzione tra forma e sostanza, dell’animus con cui le cose vengono fatte e così via. Provate a sbagliare una denuncia dei redditi (c’è qualcosa di più cervellotico di una denuncia dei redditi??) e vedrete come nessuno si fermerà a valutare la sostanza delle cose.
Non è giusto che milioni di persone non possano barrare il simbolo del Popolo della Libertà, ma non è nemmeno giusto che questo movimento cerchi l’ennesimo alibi per autoassolversi, per trasferire altrove le colpe che sono nostre e soltanto nostre. Della nostra incapacità di stare in mezzo alla gente, della nostra inadeguatezza a far sentire i cittadini partecipi di questo grande partito che ha la legittima ambizione di rappresentare la metà più uno degli italiani. Facciamo mea culpa, una volta tanto. E smettiamola di trastullarci in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente. Il partito è lì per essere costruito: le maniche ce le dobbiamo rimboccare tutti. E tutti dobbiamo sentirci in discussione e avere il coraggio di misurarsi con quel po’ di meritocrazia che magari non risolve tutti i problemi ma perlomeno toglie alcuni alibi.









